Lo smog ci insegue ovunque, non solo nelle trafficate strade dei centri urbani: per questo si parla di inquinamento domestico. Molti studi dichiarano che gli ambienti chiusi come case, uffici e scuole possono essere perfino più inquinati delle aree all’aria aperta, complice il ristagno delle polveri sottili negli ambienti riparati. Ecco una guida per imparare a difendersi e rendere l’aria in casa più… Respirabile! Polveri sottili: il 95% è nascosto in casa Chi l’avrebbe mai detto? Il luogo in cui ci sentiamo più tranquilli, al riparo dalle minacce può essere in realtà più pericoloso delle strade delle città. Secondo uno studio dell’Associazione Nazionale Tutela Energie Rinnovabili (ANTER), il 95% degli inquinanti che respiriamo si trova all’interno della nostra abitazione. Si parla infatti di inquinamento indoor, o inquinamento domestico, proprio a voler ribaltare la concezione classica che vede le aree aperte come maggiori fonti di esposizione allo smog. La percentuale è giustificata dal fatto che passiamo la maggior parte del nostro tempo in edifici chiusi, ma allo stesso modo fa riflettere il fatto che questi non siano schermati dagli agenti inquinanti prodotti all’esterno. Inoltre, alcuni oggetti che abbiamo o che utilizziamo in casa possono essere all’origine della produzione delle polveri sottili, materiale pulviscolare da cui è composto l’inquinamento atmosferico. Sai cosa sono le polveri sottili? Leggi l’articolo Cosa sono le polveri sottili e cosa le produce Inquinanti prodotti in casa Come abbiamo accennato, se una parte dell’inquinamento domestico proviene dall’esterno, altri tipi agenti possono essere prodotti direttamente in casa. Ecco quindi un elenco di oggetti e pratiche che possono peggiorare notevolmente la qualità dell’aria nell’ambiente domestico. Alcuni mobili o arredi domestici possono essere stati trattati con lacche, vernici e rivestimenti protettivi composti da solventi. Alcuni di questi materiali sono volatili e possono continuare a emettere sostanze nocive anche anni dopo essere stati acquistati. La combustione produce polveri sottili e agenti inquinanti: quindi è sconsigliabile fumare in casa e utilizzare candele o stufe per non aumentare la quantità di smog in casa. Insomma tutto ciò che brucia produce inquinamento. Detersivi e detergenti a uso domestico hanno una composizione chimica che può liberare benzene e altre sostanze dannose per la nostra salute. A queste sostanze di origine antropica si aggiungono quelle naturali, come acari, polvere e muffe, che proliferano in tappeti, tessuti, tende e moquette. Tutti questi fattori possono contribuire a causare un netto peggioramento della qualità dell’aria domestica, quella che respiriamo per più ore al giorno. Così rischiamo di doverci tutelare più quando siamo in casa che quando siamo fuori: la presenza di inquinanti negli ambienti piccoli e chiusi può essere ancora più rischiosa che negli spazi aperti e molti sono gli studi che trovano una correlazione tra l’inquinamento domestico e diversi tipi di disturbi. Building Related Illness (BRI): le malattie associate agli edifici I sospetti dell’impatto che l’inquinamento domestico può avere sulla nostra salute sono infine convogliati in un progetto europeo si è concentrato sullo studio della qualità dell’aria indoor. Il ministero della salute fa notare come anche istituti italiani abbiano preso parte in questo progetto volto a identificare le patologie correlate alla qualità dell’aria negli ambienti chiusi e a promuovere strategie volte a ridurre l’impatto di questi disturbi. Ti interessa questo argomento? leggi l’articolo del ministero della salute Ma ci sono alcune accortezze che possiamo adottare per migliorare la qualità dell’aria negli ambienti di casa e ridurre l’inquinamento domestico. I consigli per migliorare la qualità dell’aria in casa Ecco quindi 10 consigli per limitare l’inquinamento domestico non solo in casa, ma anche in ufficio e in generale in tutti gli ambienti chiusi: Cambia spesso l’aria in casa, almeno ogni 4 ore. Ma soprattutto appena dopo aver utilizzato prodotti chimici o dopo aver cucinato. Per far circolare aria in casa scegli le fasce orarie meno trafficate se abiti in città Utilizza mobili con finiture naturali. Questo tipo di finiture non rilasciano sostanze chimiche nell’ambiente, aumentando l’inquinamento domestico. Cambia i filtri di condizionatori e aspirapolvere. Queste componenti vanno cambiate regolarmente perché il loro utilizzo è proprio quello di trattenere le impurità. Pulisci regolarmente tappeti e tende e lava le lenzuola a 60 gradi. Questi tessuti sono particolarmente esposti all’attacco di batteri e acari. Preferisci detergenti ecologici e naturali: bicarbonato, aceto e acqua bollente spesso sono sufficienti a pulire e a rimuovere i batteri Controlla la cappa in cucina e tutti gli altri sistemi di ricircolo d’aria, devono essere sempre puliti per evitare il ristagno di sostanze inquinanti Utilizza le piante in casa. Alcune piante sono in grado di fare da filtro per gli inquinanti, purificando l’ambiente. A nostro avviso le migliori per questo utilizzo sono il Ficus, la Dracena e la Sansevieria. Cambia i vecchi elettrodomestici. Gli elettrodomestici di classe superiore assicurano emissioni quasi nulle, sono più prestanti e garantiscono un risparmio energetico. Fai controllare periodicamente sistemi di riscaldamento e di raffrescamento. La manutenzione di questi apparecchi è fondamentale per la qualità dell’aria. Sostituire il fornello tradizionale con un fornello elettrico a piastre e la vecchia caldaia con una moderna pompa di calore. Sai come funziona una pompa di calore? Se vuoi scoprire di più leggi il nostro articolo sulla pompa di calore: cosa è e come funziona Osservare anche solo una parte di queste semplici regole può assicurarti una qualità dell’aria di gran lunga migliore, diminuendo l’inquinamento domestico. La tua casa e la tua salute ringrazieranno!
Rinfrescare casa diventa un obiettivo indiscusso per non soffrire il caldo durante i mesi estivi. Per avere aria condizionata in casa oggi esistono molteplici soluzioni, dalle più classiche come il condizionatore ad aria alle più tecnologiche come il solar cooling. Tra queste, il sistema di rinfrescamento con la pompa di calore rappresenta un’alternativa ecologica e ad alta efficienza per avere aria condizionata in casa senza problemi di consumi e di inquinamento. Come rinfrescare casa: le soluzioni Quando arriva il caldo, stare in casa non è sempre piacevole, tanto che avere l’aria condizionata in casa diventa quasi una necessità obbligata. Sul mercato sono presenti diversi sistemi di rinfrescamento della casa, ognuno con le sue caratteristiche e il suo funzionamento. Vediamo insieme quali sono le principali soluzioni: Condizionatore ad aria. Se pensiamo ad aria condizionata immediatamente ci viene in mente il condizionatore – o climatizzatore – ad aria, un classico sistema di climatizzazione domestico. Oggi sul mercato è possibile trovare una vasta gamma di modelli ma i migliori in termini di efficienza e prestazioni sono quelli dotati di tecnologia inverter. Questa tecnologia permette al condizionatore di modulare la sua potenza – mantenendo costante il fresco – per evitare che si accenda e si spenga di continuo. Tuttavia il condizionatore d’aria prevede una spesa energetica da non sottovalutare: nel periodo estivo può consumare fino a 1.000/2.000 KwH – equivalenti a un costo in bolletta tra i 220 e i 440 €. Si tratta infatti di una delle spese energetiche più rilevanti nella bolletta domestica. Per stare attenti a quanto consuma un condizionatore, è necessario considerare tre fattori: La grandezza dell’ambiente da raffrescare La differenza di temperatura tra interno ed esterno dell’edificio L’efficienza del condizionatore, valutata con l’indice EER. Più il suo valore è alto e più il condizionatore è efficiente Ventilatore. Il ventilatore può essere una valida alternativa più pratica ed economica rispetto al condizionatore, un metodo veloce e semplice per rinfrescare casa. In questo caso però non si può veramente parlare di sistema di raffrescamento: il ventilatore infatti non rinfresca l’aria ma genera delle correnti d’aria che favoriscono l’evaporazione dell’umidità dalla pelle. E’ questo che in realtà ci rinfresca e ci fa provare quella sensazione di fresco, ma è solo una sensazione temporanea. Ne esistono di diverse tipologie: a soffitto, a torre, con nebulizzatore dell’acqua integrato, a piantana e anche senza pale. Anche se il suo consumo è 10 volte minore rispetto a quello di un climatizzatore, può sicuramente essere una soluzione valida, ma non è un vero sistema di raffrescamento efficiente e permanente. Raffrescamento a pavimento. Questa è una valida alternativa ai condizionatori d’aria perché può garantire un fresco confortevole con un grande risparmio di energia. Ma come funziona? Il raffrescamento a pavimento funziona per un fenomeno definito “irraggiamento”: vengono installate sotto il pavimento delle serpentine, in cui viene fatta scorrere acqua fredda (15-18°): queste serpentine hanno la funzione di assorbire il calore presente nella stanza. In altre parole, l’acqua fredda presente nelle serpentine abbassa la temperatura della stanza fino al livello desiderato perché assorbe l’aria calda presente nell’ambiente. Purtroppo è un sistema con un’inerzia elevata, cioè che ha bisogno di tempo per funzionare e quindi rinfrescare. In altre parole, se vuoi una casa fresca in poco tempo non è la soluzione adatta. Raffrescamento evaporativo. Sfruttando un principio totalmente naturale, il sistema di raffrescamento evaporativo rinfresca gli ambienti aspirando l’aria e facendola passare in un filtro costantemente bagnato. In questo modo la temperatura dell’aria si abbassa e possiamo godere del fresco. Purtroppo però questo sistema non è molto indicato per rinfrescare ambienti chiusi, come ad esempio una casa, perché gli impianti di raffrescamento evaporativo generano molta umidità, facilitando la comparsa di muffe e batteri. Se invece hai bisogno di aria condizionata in un ambiente aperto, con continuo ricircolo di aria, questo potrebbe essere la soluzione ideale, garantendo consumi e costi di installazione bassi. Solar cooling. Se ti dicessimo che lo stesso sole che scalda le giornate estive può allo stesso tempo raffrescare la tua casa? Anche se è una soluzione ancora poco utilizzata in Italia e in ambito domestico per via dei costi più elevati rispetto ai climatizzatori, il solar cooling è una tecnologia che potrebbe rappresentare il futuro dell’aria condizionata. Questo particolare sistema di climatizzazione sfrutta il solare termico per produrre acqua fredda che poi scorre nei terminali. In altre parole, il calore assorbito dai pannelli solari viene sfruttato per dare energia ad una macchina che genera acqua refrigerata utile al rinfrescamento degli ambienti. Pompa di calore. La pompa di calore non è solo uno dei sistemi di riscaldamento alternativi più performanti ed ecologici, ma può essere utilizzata anche per raffrescare gli edifici nelle calde giornate estive. Tuttavia il funzionamento è differente dagli altri sistemi di climatizzazione, perché il condizionatore a pompa di calore non genera aria fresca, ma al contrario trasporta il calore da un ambiente a un altro: in questo modo si può avere un ambiente naturalmente raffrescato senza fastidiosi getti d’aria fredda. Vuoi scoprire come funziona la pompa di calore? Leggi il nostro articolo Pompa di calore: cos’è e come funziona Mediante raffrescamento passivo: è un raffrescamento diretto, che utilizza la sorgente fresca del terreno per abbassare la temperatura dell’ambiente. Questo tipo di raffrescamento è utilizzato principalmente per le pompe di calore di tipo geotermico ed è molto efficiente dal punto di vista energetico. In altre parole, viene consumata poca energia perché durante la fase di raffrescamento, la pompa di calore stessa è disattivata e si attiva solo la pompa di circolazione dell’acqua refrigerata nei sistemi di raffrescamento. Mediante raffrescamento attivo: in questo tipo di raffrescamento viene semplicemente invertito il ciclo di funzionamento della pompa di calore. In altre parole nei mesi estivi si può invertire il processo di spostamento del calore: il calore in eccesso presente dentro casa viene espulso fuori verso l’esterno, rinfrescando così gli ambienti. La pompa di calore rimane dunque in funzione e, rispetto al raffrescamento passivo, genera una maggiore potenza di raffrescamento. Come rinfrescare casa: quale soluzione scegliere? Come abbiamo visto,
Le biomasse sono scarti agricoli prevalentemente legnosi utilizzati per il riscaldamento domestico. Spesso vengono utilizzate sotto forma di pellet per essere bruciate e produrre energia termica. Tuttavia l’annosa questione che riguarda le biomasse si concentra sui concetti di sostenibilità e rinnovabilità della fonte energetica. Molti infatti sostengono che questa fonte possa rappresentare una valida alternativa ai sistemi di riscaldamento fossili, maggiormente inquinanti. Altri invece sottolineano gli aspetti che rendono questa fonte poco sostenibile. Biomasse: quanto sono rinnovabili? Vengono definite rinnovabili quelle fonti energetiche che sono per loro natura inesauribili, oppure che hanno un’elevata capacità rigenerativa. L’utilizzo di queste fonti infatti non pregiudica la risorsa in sé, che ha la capacità di rinnovarsi o che ha a disposizione un bacino inesauribile. Da questo il concetto di sostenibilità associato alle energie rinnovabili: l’inesauribilità della fonte energetica ne assicura la sostenibilità. Sotto questo punto di vista le biomasse possono essere considerate delle energie rinnovabili, nei casi in cui si provveda alla riforestazione nella stessa misura in cui la risorsa viene prelevata. Molto spesso infatti si mettono in atto processi artificiali per piantare nuovi alberi man mano che quelli più vecchi vengono tagliati e lavorati. Dove viene rispettato un giusto bilanciamento tra risorse prelevate e processi di riforestazione, questa energia può considerarsi rinnovabile. La sostenibilità delle biomasse Trovandoci a parlare di una fonte energetica considerata rinnovabile, dovremmo dare per assodata la sua sostenibilità. Tuttavia questo aspetto è messo in dubbio da molti esperti quando si parla di biomasse. Dal punto di vista ambientale infatti, questa risorsa è molto meno inquinante rispetto ai combustibili fossili in quanto è naturale. La quantità di CO2 prodotta dalla combustione delle biomasse è fondamentalmente uguale a quella prelevata dalle piante stesse durante il loro ciclo di vita. Ciò farebbe pensare che le biomasse possano essere considerate delle energie sostenibili. Molti però non sono d’accordo: questa visione infatti ignora alcuni aspetti fondamentali. Ad esempio non tiene in considerazione fattori come la lavorazione industriale del legno e il trasporto, altamente inquinanti e poco sostenibili. Inoltre se, come accennato, molti processi di revitalizzazione della risorsa sono artificiali, si dovrebbe aggiungere al bilancio l’utilizzo estensivo di fertilizzanti chimici e fitofarmaci, oltre ovviamente alle macchine agricole utilizzate per i processi agricoli. Questo lascia pensare che, sebbene la fonte possa essere considerata rinnovabile, è scarsamente sostenibile, in quanto il bilancio tra la risorsa e l’inquinamento da questa prodotto pende in negativo. Biomasse e salute Da molte parti si valutano le biomasse come una valida alternativa al combustibile fossile. Eppure diversi studi hanno dimostrato il rischio per la salute legato all’utilizzo di questa risorsa. La combustione di tutti tipi infatti produce micropolveri dannose per l’apparato respiratorio. Le stufe a pellet infatti, sebbene siano economiche e generino una quantità minima di emissioni, producono moltissime polveri sottili. Si legge in un interessante Articolo del Sole 24 Ore quale mole di polveri sottili possano produrre le biomasse: Una sola stufa a pellet di qualità mediocre, con cattiva manutenzione, alimentata con combustibili non selezionati emette polveri fini come un centinaio di caldaie a metano ad alta efficienza. Sole 24 ore – Le dieci cose da sapere sull’inquinamento dell’aria Le polveri sottili prodotte dalla combustione del pellet sono particelle che riescono a oltrepassare le barriere respiratorie, danneggiando i polmoni. Secondo alcuni studi le polveri sottili sarebbero responsabili di oltre 60.000 morti premature in Italia. Trovandosi spesso all’interno delle mura domestiche, le biomasse contribuiscono anche al fenomeno dell’inquinamento indoor. L’insalubrità degli edifici espone quindi le persone che li abitano a rischi ancora maggiori per la salute. Vuoi sapere di più sulle polveri sottili? Leggi l’articolo Polveri sottili: cosa sono e cosa le produce Decarbonizzazione e biomasse: le conclusioni dell’Enea Anche l’Enea si è pronunciata sulle biomasse, prevedendo misure di sostegno atte a individuare le circostanze meno dannose per la salute. L’ente ha quindi predisposto delle direttive che non incentivano l’utilizzo delle stufe a pellet, ma neanche che lo condannano. Di seguito le disposizioni fornite dall’ENEA: Politiche di sostegno condizionate all’uso delle tecnologie migliori e più efficienti possibile Standard emissivi sempre più rigorosi Richiesta di incentivi diretti volti a ricercare e innovare i sistemi di abbattimento del particolato più performanti Eventuali tasse ambientali basate su due aspetti: il danno alla salute e l’impatto sul clima Queste valutazioni da parte dell’Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente, fanno riflettere, specie se contestualizzate nell’attuale panorama europeo. Le direttive europee sulla decarbonizzazione totale sono sempre più considerate e un approccio “carbon neutral” sempre più ricercato da tutti Paesi.Tali direttive entrano parzialmente in contrasto con la valutazione delle biomasse come alternativa valida per una transizione energetica verso il rinnovabile. In tale contesto infatti, andrebbe considerato non solo l’ambiente, ma anche gli effetti che l’inquinamento e il particolato possono avere sulla salute dell’uomo. Vuoi sapere di più sulla transizione energetica? Leggi il nostro articolo Green Deal: l’economia verde europea
Si parla di decarbonizzazione per intendere un processo in cui si riduce il rapporto tra il carbonio e l’idrogeno. Nelle fonti energetiche che utilizziamo quotidianamente vi sono elementi chimici che reagiscono in maniera diversa. È infatti storicamente riconosciuto come il carbonio possa essere nocivo per l’inquinamento dell’aria. Questo elemento infatti, se bruciato, è in grado di legarsi alle particelle di ossigeno presenti nell’aria, generando CO2, ovvero anidride carbonica. L’anidride carbonica, prodotta naturalmente da molti organismi, se generata in eccesso e artificiosamente può saturare la capacità di conversione delle piante, inquinando l’aria. Gli alberi, che utilizzano la fotosintesi clorofilliana per convertire la CO2 in ossigeno, non riescono ad assorbire tutta l’anidride prodotta, che rimane nell’aria e danneggia la nostra salute. Si parla dunque di decarbonizzazione proprio a intendere un processo che mira a diminuire la presenza di carbonio nell’aria, riducendo le emissioni di CO2. Decarbonizzazione e combustibili fossili Principali responsabili della produzione in eccesso di CO2 sono i combustibili fossili. Questi elementi, ricchi di carbonio, se vengono bruciati, liberano nell’aria l’anidride carbonica, saturando la capacità di sintesi di alberi e piante. Non tutti i combustibili fossili hanno però la stessa quantità di carbonio. La legna il materiale con il più alto contenuto di carbonio: per ogni atomo di idrogeno ce ne sono 10 di carbonio. Il petrolio invece ha un rapporto carbonio-idrogeno pari a 1:2, ciò significa che per ogni atomo di carbonio, ce ne sono 2 di idrogeno. Il combustibile migliore in termini di presenza di carbonio è il gas naturale, che ha un rapporto 1:4, confermandosi come il più “pulito” tra i combustibili fossili. Ciò ha dato a pensare a molti che la decarbonizzazione del paese, ovvero la diminuzione delle emissioni di carbonio nocive attraverso l’utilizzo di fonti con un minore rapporto di carbonio, potesse passare dal gas. Ciò è auspicabile solamente in parte. Se è vero da una parte che il gas naturale è il combustibile più pulito, dall’altra vi sono una serie di controindicazioni che non possono essere tralasciate. La combustione di gas produce comunque CO2 La maggiore diffusione del gas naturale causa l’aumento dei costi di importazione, che ricadono sulle famiglie italiane Ci sono energie rinnovabili che possono sostituire il gas producendo energia a emissioni zero. In altre parole siamo convinti che un processo di miglioramento dello stato globale dell’aria non possa passare da una risorsa che “inquina meno”, specie quando sono disponibili soluzioni a impatto ambientale zero che favorirebbero una decarbonizzazione completa. Dall’accordo di Parigi all’Agenda 2030 L’accordo di Parigi ha segnato un punto di svolta, almeno teorico, per l’ambiente e per i cambiamenti climatici, puntando a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°. Per fare questo è fondamentale considerare il ruolo dell’energia e dei combustibili fossili. L’anidride carbonica è infatti considerata uno dei principali gas serra che, rimanendo nell’atmosfera, contribuisce all’aumento della temperatura terrestre. Proprio per questo la decarbonizzazione è stata portata sul tavolo dell’accordo di Parigi, che mira all’obiettivo di ridurre le quantità di CO2 liberate in atmosfera almeno del 40% rispetto al 1990. Ciò ha forse lasciato intendere che basti semplicemente scegliere il meno inquinante tra i combustibili fossili. Purtroppo non è così: continuare a utilizzare combustibili fossili per il fabbisogno energetico del Paese significa semplicemente spostare temporaneamente il problema per affrontarlo nuovamente in seguito, senza avere un quadro chiaro di cosa possa accadere nel frattempo. Le direttive dell’Unione Europea, che mirano al raggiungimento agli importanti obiettivi sanciti dall’Agenda 2030, possono essere raggiunti in maniera stabile e sostenibile solamente attraverso un cambio di paradigma che vede l’utilizzo delle fonti rinnovabili in maniera estensiva e continuativa per sostituire le vecchie risorse inquinanti. Vuoi sapere di più sul cambiamento climatico? Leggi l’articolo Cambiamento climatico: cause, conseguenze e 5 modi per contrastarlo Carbon Footprint: un’impronta indelebile Proprio al fine di sensibilizzare aziende e persone sul tema di una sempre più necessaria decarbonizzazione è stata creata la Carbon Footprint, l’impronta di carbone. Questo indice intende misurare la quantità di CO2 prodotte per produrre un prodotto, o nella vita di una persona o azienda, oppure ancora in un determinato arco di tempo. In altre parole la carbon footprint vuole calcolare l’impronta che quel dato prodotto o quella data persona lascia sul pianeta, un’impronta tutt’altro che sostenibile spesso. Se pensi che 1 kg di yogurt può produrre fino a 1,1 kg di emissioni di CO2 e 1 kg di carne bovine ne può generare fino a 26 kg! Se si pensa a tutti i processi messi in atto nella fase di allevamento e quindi a tutta la filiera produttiva che segue, il trattamento, il confezionamento e il trasporto, possiamo capire come i prodotti che utilizziamo tutti i giorni possano lasciare un’impronta significativa sul pianeta. Decarbonizzazione al 100% in Italia entro il 2050: un obiettivo possibile? Come già accennato, l’Unione Europea ha fissato come obiettivo primario, un’Europa a zero emissioni entro il 2050. Ciò implica una decarbonizzazione pressoché totale delle energie in primis ma anche dell’economia. Per molti sembra un obiettivo irraggiungibile, dal momento che un processo così importante necessita di interventi massicci e investimenti di lungo periodo. Legambiente non la pensa così e risponde con una roadmap che definisce le azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo entro il 2040. Secondo Legambiente è possibile raggiungere la completa decarbonizzazione del Paese attraverso 8 leve: Semplificazione delle autorizzazioni da parte delle regioni per l’installazione di fotovoltaico ed eolico. Utility scale e comunità energetiche. Aumentando la presenza di grandi impianti pubblici (utility scale) e privati (comunità energetiche) è possibile creare un meccanismo virtuoso dove più sistemi collaborano per il raggiungimento dell’obiettivo Sistemi di accumulo e segnali di prezzo. Secondo Legambiente i sistemi di accumulo possono favorire una stabilità dei prezzi delle rinnovabili. Inoltre la prevedibilità dei prezzi a lungo termine potrebbe permettere una previsione più accurata e permettere di raggiungere gli obiettivi in maniera più efficace. Efficienza energetica: l’efficienza energetica e le politiche volte a migliorarla a livello collettivo rappresentano una forte leva per la transizione energetica sia per i privati che per le aziende. Elettrificazione delle città: mobilità e riscaldamento.
Quando parliamo di polveri sottili ci riferiamo al materiale microscopico presente nell’atmosfera in forma solida o liquida, di diverse dimensioni definito anche particolato. Queste micropolveri vengono prodotte da attività antropiche, ma possono avere anche un’origine naturale e sono particolarmente pericolose per la salute, scopriamo insieme perché. Cosa sono le polveri sottili Il particolato definisce quell’insieme di polveri, fuliggine e materiale microscopico che rimane sospeso in aria anche per molto tempo. Le polveri sottili sono molto leggere e sono la principale causa di inquinamento nelle aree urbane di tutto il mondo proprio a causa della loro leggerezza, che permette loro di essere trasportate nell’aria per molto tempo. Il particolato viene anche definito sulla base delle dimensioni: distinguiamo infatti le particelle più grandi da quelle più piccole con le sigle PM10 e PM2,5. PM sta per particulate matter che significa proprio materiale particolato. Le PM10 hanno materiale mediamente più grande: la dimensione media di queste particelle è inferiore a 10µm Le PM2,5 hanno materiale più sottile: le particelle sono di dimensione inferiore ai 2,5µm La composizione chimica di queste particelle può includere sostanze diverse a seconda della fonte che ha prodotto le polveri sottili, tra cui solfati, nitrati ammonio, metalli pesanti, idrocarburi, diossine e furani. Componenti chimiche che forse sarebbe meglio lasciare fuori dal nostro corpo, non credi? Come si formano le polveri sottili Le polveri sottili possono avere origini diverse: in particolare si possono creare a partire da eventi naturali, ma possono derivare anche da attività antropiche, ovvero svolte dall’uomo. Eventi atmosferici naturali possono creare anche alte concentrazioni particolato: questi avvenimenti non sono solitamente governabili dall’uomo, che invece può tenere sotto controllo le attività di tipo umano che aumentano le concentrazioni di particolato nell’aria. Ma quali sono gli eventi e le attività che producono le polveri sottili? Di origine naturale: come incendi boschivi, eruzioni vulcaniche, erosione terrestre e particelle vegetali. Infine Il vento può aumentare la portata dell’evento trasportando la fuliggine anche lontano dal luogo di origine. Da fonti antropiche: da industrie, motori a scoppio, riscaldamento domestico, usura di freni e pneumatici e, in generale, da qualsiasi tipo di combustione. Perché le polveri sottili sono pericolose? In molti oggi parlano di polveri sottili in relazione all’inquinamento ma spesso prendiamo la tematica sotto gamba, senza renderci bene conto di quanto siano pericolose per la salute di tutti. In Italia l’inquinamento atmosferico uccide 80.000 persone ogni anno collocando il nostro Paese al primo posto in Europa per morti premature per esposizione alle polveri sottili 2,5. Infatti non tutti sanno che le PM2,5 sono molto più pericolose di quelle di dimensione minore, proprio per il fatto che sono più piccole, e riescono pertanto a sfuggire a tutti i filtri che il nostro corpo possiede per difenderci dagli agenti esterni. In particolare i rischi per la salute relativi all’esposizione da polveri sottili può essere così diviso: PM10: il particolato grossolano può essere irritante per occhi, pareti nasali e cavità orali. Questo tipo di polveri raramente viene assimilato in profondità, danneggiando superficialmente occhi, naso e bocca. PM2,5: il particolato più sottile raggiunge invece gli alveoli polmonari, causando problemi polmonari e cardiovascolari. L’esposizione all’inquinamento atmosferico infatti aumenta l’insorgenza di asma e bronchite ed è strettamente collegato a una diminuzione della capacità polmonare. L’inalazione del pulviscolo presente nell’aria aumenta quindi la probabilità di insorgenza di tumori polmonari. Ovviamente le categorie più a rischio sono anche quelle più sensibili: bambini, anziani e persone sensibili come asmatici o con patologie polmonari o cardiache dovrebbero ridurre al minimo l’esposizione a queste sostanze. Tuttavia, come è noto, l’alta concentrazione di particolato nelle aree urbane influisce negativamente sulla salute di tutti. Cosa produce le polveri sottili? Ma chi sono i principali responsabili della produzione dell’inquinamento atmosferico? Se per anni la colpa è ricaduta quasi esclusivamente alle automobili ultimamente le cose sono sensibilmente cambiate, soprattutto grazie ai provvedimenti mirati al rinnovamento del parco auto italiano. Se le automobili continuano a essere responsabili della produzione di polveri sottili attraverso la combustione del carburante, molti studi accreditati puntano il dito contro il riscaldamento domestico. A riguardo, il Sole24ore ha pubblicato un articolo molto interessante e dettagliato sulle emissioni: leggi l’articolo del Sole24ore (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/12/23/pm10-principali-responsabili-dellinquinamento/) Ebbene sì, la nostra vecchia caldaia è oggi responsabile della maggior parte delle emissioni inquinanti nelle aree urbane. Già da un paio d’anni infatti abbiamo potuto constatare un netto miglioramento nel tasso di inquinamento prodotto dalle automobili. Al contrario il riscaldamento domestico sembra non aver ancora trovato le giuste soluzioni per arginare il problema delle polveri sottili. Vuoi liberare la tua casa dal gas? Scopri come, con l’articolo Riscaldare casa senza gas è possibile? Come tutelarsi? Per difendersi dai rischi connessi all’inquinamento atmosferico, ma soprattutto per tutelare i nostri cari più esposti, sarebbe meglio fare attenzione alle fasce orarie di maggiore concentrazione per gli inquinanti. Selezionare quindi una fascia oraria in cui si prevede meno traffico ci tutela in maniera seppur minima da un’esposizione eccessiva. Anche le condizioni meteo possono influire: le giornate calde permettono allo smog di sollevarsi da terra più facilmente, mentre durante e immediatamente dopo giornate piovose la concentrazione è mediamente più bassa perché l’acqua tende a far precipitare a terra queste sostanze. Allo stesso modo, se fai passeggiate o ti muovi in bicicletta, fai attenzione al cosiddetto “effetto canyon” che si verifica in quelle strade ad alto transito in entrambe le carreggiate e che presentano in entrambi i lati barriere, palazzine o alti caseggiati. In questi luoghi infatti il ristagno delle sostanze inquinanti può raggiungere livelli maggiori perché vi sono meno correnti d’aria. Ma purtroppo l’unico dispositivo in grado di tutelarci al 100% da queste sostanze è la mascherina FFP2 e FFP3: non ci auguriamo certo di doverle portare così spesso, ma potranno risultare utili per i soggetti più sensibili.