Comunità energetiche: energia in condivisione

Le comunità energetiche vengono costituite da soggetti che condividono la capacità produrre, consumare e condividere energia prodotta da fonti rinnovabili. Con la Delibera 318/2020 le comunità energetiche trovano un loro posto nel panorama legislativo italiano. La delibera infatti riconosce il diritto di cittadini, famiglie, imprese ed enti di aggregarsi per perseguire un principio di autoconsumo energetico, quando questo viene prodotto, consumato e condiviso da fonti rinnovabili.  In altre parole, l’energia prodotta dalla comunità può essere consumata, immagazzinata oppure rimessa in rete, purché tali attività non costituiscano attività commerciale o professionale. Si viene quindi a creare una grossa opportunità per condomini, famiglie, comuni e cooperative: di iniziare a rispettare l’ambiente azzerando completamente le emissioni cogliendo tutti i vantaggi che la tecnologia ha da offrire. Comunità energetica per famiglie e condomini: i vantaggi  Nella pratica i vantaggi di produrre l’energia in condivisione sono diversi. L’acquisto delle tecnologie necessarie per produrre, consumare e accumulare l’energia può essere ripartito tra i soci, riducendo i costi per il singolo partecipante.  Ma la lista dei pro va ben oltre l’ammortamento dei costi iniziali e riguarda: Aspetti ambientali: le comunità energetiche hanno un impatto ambientale prossimo allo zero. Aspetti sociali: la gestione degli impianti è condivisa e la comunità condivide l’energia che produce Aspetti economici: seguendo un principio di autoconsumo la comunità energetica ha un netto risparmio in bolletta. Aspetti finanziari: i locali possono aumentare il loro valore immobiliare aumentando la classe energetica. Costituire una comunità energetica diventa quindi un’importante occasione per le famiglie e per le condomini. L’associazione porterebbe significativi miglioramenti in termini di vivibilità per gli inquilini, riducendo le spese e aumentando l’autosufficienza. Il panorama delle comunità energetiche Se nel mondo la soluzione delle comunità energetiche ha già preso piede da tempo, specie con riferimento ai Paesi nordeuropei, in Italia la diffusione è ancora lenta. Si possono però menzionare diversi casi di comunità energetiche dai risvolti positivi e interessanti. La NzeB (Nearly Zero Energy Building) di Prato, in cui sono stati costruiti 29 nuovi alloggi e un centro civico. In questo caso si parla di social housing, secondo la quale alcuni interventi immobiliari e urbanistici vengono gestiti in maniera organica piuttosto che separatamente. In particolare, il progetto di Prato è autosufficiente per il 60% dell’energia elettrica e per il 90% del riscaldamento. Per ottenere questa efficienza energetica, il progetto ha richiesto l’installazione di 100 pannelli fotovoltaici e una pompa di calore dalla potenza di 152 kW. Anche se progetti di questo tipo stanno prendendo sempre più piede nel nostro Paese, Legambiente informa che le iniziative di questo tipo sono ancora poche e che si procede lentamente. Se vuoi approfondire e scaricare il rapporto sulle comunità rinnovabili leggi l’articolo di Legambiente Un condominio prosumer Con il diffondersi di questa soluzione può nascere un dubbio sulla nuova identità del consumatore di energia. In questi casi infatti, il consumatore non è più solo tale in quanto produce l’energia che consuma in un principio di totale autosufficienza. Si parla quindi di prosumer (dall’unione delle parole produttore e consumatore), una figura ibrida che entra di diritto nel ciclo produttivo dell’energia per renderlo più sostenibile. La RED II (Renewable Energy Directive) del 2018 mette questa figura al primo posto nella valutazione del panorama energetico mondiale. Il ruolo del prosumer nel mercato dell’energia va considerato sotto diversi aspetti: dalla socialità alla tecnologia, dall’ambiente ai costi. Se prima quindi non era concesso l’utilizzo condiviso degli impianti energetici, oggi è possibile grazie a questa direttiva, che è stata resa operativa dalla delibera ARERA. I condomini a si trovano, dunque, a gestire un ruolo interessante per queste finalità. I condòmini infatti possono decidere di associarsi e condividere l’energia, risparmiando sulla bolletta e partecipando alla costituzione di un nuovo edificio senza emissioni. Comunità energetiche e autoconsumo Le comunità energetiche dovranno rispettare il principio dell’autoconsumo. In altre parole l’associazione di produttori di energie rinnovabili può consumare la propria energia e condividerla senza finalità di lucro. Rispetto al tema dell’autoconsumo, la delibera ARERA di agosto 2020 si esprime in questi termini: “L’autoconsumatore di energia rinnovabile è un cliente finale che, operando in propri siti situati entro confini definiti o, se consentito da uno Stato membro, in altri siti, produce energia elettrica rinnovabile per il proprio consumo e può immagazzinare o vendere energia elettrica rinnovabile autoprodotta purché, per un autoconsumatore di energia rinnovabile diverso dai nuclei familiari, tali attività non costituiscano l’attività commerciale o professionale principale.” Delibera ARERA 4 agosto 2020 (318/2020/R/EEL) Le comunità energetiche, per rispettare la normativa devono avere alcune caratteristiche: Utilizzare una rete a bassa tensione Utilizzare impianti inferiori a 200 kW Utilizzare fonti rinnovabili  Consumare l’energia nelle immediate vicinanze del luogo in cui viene prodotta Gli obiettivi sono ambientali, economici e sociali a livello di comunità, membri o aree nelle quali il soggetto opera piuttosto che finanziari. Come si legge nella nota del Mise, le comunità energetiche sono quindi a tutti gli effetti dei soggetti giuridici che fanno capo a un nucleo di persone che possono essere famiglie o imprese, che producono, consumano e condividono energia da fonti rinnovabili. Vuoi scoprire di più sulle energie rinnovabili? Leggi l’articolo Energie rinnovabili – Le più importanti. Comunità energetiche e superbonus: A sostenere gli interventi per creare una comunità energetica c’è il nuovo superbonus al 110%. Le detrazioni fiscali vengono riconosciute, oltre che a famiglie e imprese, anche alle comunità energetiche rinnovabili al fine di dare una spinta verso la totale transizione energetica. In particolare l’Ecobonus riservato alle comunità energetiche, prevede la decurtazione al 110% per i primi 20 kW, applicando l’ordinaria detrazione del 50% sul restante, con tetto massimo complessivo di 96.000€. La materia relativa al nuovo ecobonus è però tutt’altro che definita: si attendono infatti nuovi aggiornamenti circa la durata e l’estensione delle detrazioni. Queste infatti potranno essere allargate ad altri soggetti o prevedere una data di fine successiva al dicembre 2021. Vuoi scoprire tutto sull’ecobonus al 110%? Leggi il nostro articolo Ecobonus al 110%: un’opportunità da cogliere al volo.

PNRR e i fondi per la transizione verde

PNRR: cosa significa e come è strutturato?

PNRR sta per Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e rappresenta il documento che ogni Stato membro dell’Unione Europea deve predisporre per poter accedere ai fondi del NGEU, il Next Generation EU. In particolare l’NGEU è uno strumento temporaneo introdotto dall’Unione Europea per la ripresa post pandemia Covid-19 in grado di rilanciare l’economia rendendola più digitale e più attenta ai temi della sostenibilità ambientale e dell’economia green. PNRR: cosa prevede Concretamente, questo strumento prevede un pacchetto da 750 miliardi di euro, ripartito in sovvenzioni e prestiti, il cui nucleo centrale è costituito dal Dispositivo per la Ripresa e Resilienza, o RRF. Questo dispositivo in particolare ha una durata di 6 anni, dal 2021 al 2026, e una dimensione di 672,5 miliardi di euro, diviso in 312,5 miliardi di sovvenzioni statali e nei restanti 360 miliardi in prestiti a tassi agevolati. Il PNRR dunque prevede di accedere ad un pacchetto di investimenti e riforme per rilanciare l’economia del nostro Paese. Questo Piano promuove dunque un’agenda ambiziosa di riforme che si articolano in 4 principali categorie: Pubblica amministrazione Giustizia Semplificazione Competitività. Il Governo Draghi ha trasmesso il 25 aprile il testo del PNRR al Parlamento. Successivamente, il 30 aprile è stato ufficialmente inviato alla Commissione europea. L’approvazione conclusiva del PNRR italiano da parte della Commissione Europea è avvenuta il 22 giugno di quest’anno. Riguardo alla sua struttura, il PNRR è strettamente legato ai 6 pilastri del Next Generation EU. Infatti le risorse che sono state stanziate nel PNRR sono circa 191,5 miliardi di euro e sono ripartite in 6 missioni principali: Rivoluzione verde e transizione ecologica – 59,47 miliardi Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura – 40,32 miliardi Infrastrutture per una mobilità sostenibile – 25,40 miliardi Istruzione e ricerca – 30,88 miliardi Inclusione e coesione – 19,81 miliardi Salute – 15,63 miliardi Il Piano si sviluppa intorno a tre assi strategici condivisi a livello europeo – digitalizzazione e innovazione, transizione ecologica, inclusione sociale – e si articola in 16 Componenti, raggruppate in 6 Missioni, già citate nell’elenco precedentemente. Ma analizziamo i 3 assi strategici del PNRR per capire meglio gli obiettivi che perseguono. I 3 punti cardine del PNRR   Rivoluzione verde e transizione ecologica Il secondo asse strategico riguarda la rivoluzione verde e la transizione ecologica. All’interno di questa importante missione sono presenti 4 sottocategorie che mirano a risollevare il Paese dal punto di vista della tutela ambientale, dell’economia green e dell’efficienza energetica: Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile Efficienza energetica e riqualificazione degli edifici Tutela del territorio e della risorsa idrica Economia circolare ed agricoltura sostenibile L’obiettivo di questa missione è principalmente quello di favorire la transizione green del Paese puntando principalmente su energie prodotte da fonti pulite e rinnovabili.  Vuoi scoprire di più sulla transizione ecologica? Leggi l’articolo Decarbonizzazione: la transizione energetica europea La rivoluzione verde e la transizione ecologica porteranno dunque ad aumentare l’adattamento e la resilienza ai continui cambiamenti climatici, oltre che a sostenere tutti gli investimenti in ricerca e innovazione nel campo dell’ecologia e della sostenibilità ambientale. In questo obiettivo rientrano ad esempio i 15 miliardi di euro stanziati per l’efficientamento energetico degli edifici pubblici. Lo stesso vale per il miliardo di euro destinato alle energie rinnovabili che mirano a sviluppare le filiere industriali nei settori fotovoltaico, eolico e delle batterie. Anche la crescita di startup innovative nel settore della transizione ecologica viene supportata dal PNRR con un investimento di 250 milioni di euro per la creazione di un Fondo per la Transizione Verde rivolto principalmente ai settori delle rinnovabili, dell’economia circolare, dell’efficienza energetica, della mobilità, dello smaltimento dei rifiuti e dello stoccaggio di energia.  Digitalizzazione e innovazione I progetti presenti nella missione “Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura” sono stati ideati con l’obiettivo di favorire il processo di transizione e innovazione digitale. Ciò si traduce nel sostenere le infrastrutture del Paese e nel trasformare i processi produttivi delle imprese a favore della digitalizzazione. A questo proposito, il Ministero dello sviluppo economico punta a sostenere tutti gli investimenti strategici nell’ambito della Transizione 4.0 e a favorire i progetti e le politiche in grado di risollevare e rinnovare le filiere del Made in Italy. Inclusione e coesione Altro importante asse strategico del PNRR, in stretta condivisione con gli obiettivi a livello europeo, è quello che riguarda le politiche e i progetti di coesione e inclusione sociale. Questa missione prevede lo stanziamento di fondi nelle infrastrutture sociali, alle famiglie, alle comunità e al terzo settore, attraverso riforme e politiche attive del lavoro e sostegno all’occupazione. Un esempio di intervento, proposto dal Ministero dello sviluppo economico, è quello sul rafforzamento e l’avvio di una nuova imprenditorialità femminile attraverso risorse pari a 400 milioni di euro rendendo operativo, con un finanziamento iniziale di 40 milioni di euro, il cosiddetto Fondo Impresa Donna Il PNRR nel concreto: come accedere e 3 esempi pratici Ma nel concreto come si attuano i progetti previsti dal PNRR? Come possono accedere i cittadini ai contributi a fondo perduto e agli incentivi previsti nel PNRR? Il Ministero dell’Economia e della Finanza (MEF) propone due modalità: Attraverso la risposta a un bando specifico o a un avviso pubblico promosso dalle Amministrazioni centrali oppure dai soggetti responsabili di un certo progetto o investimento; Presentando singole richieste nel rispetto di prerequisiti di ammissibilità previsti dalle normative di riferimento. Attraverso il PNRR è quindi possibile accedere a fondi messi a disposizione dall’Europa per le famiglie, per le imprese e per le istituzioni. Di seguito vedremo 3 esempi concreti di investimenti messi a disposizione dal piano. 1.     Incentivi a cittadini e imprese Tra gli incentivi previsti dal PNRR e rivolti sia ai cittadini che alle imprese sono l’Ecobonus 110, il Superbonus e il Sismabonus. Questi incentivi promossi dallo Stato hanno l’obiettivo di migliorare l’efficienza energetica e la sicurezza degli edifici. Un altro esempio, adatto in primis alle aziende italiane, sono gli incentivi nell’ambito del piano Transizione 4.0: questo piano sostiene gli investimenti delle aziende in beni, materiali e non, che promuovono la ricerca, lo sviluppo, l’innovazione, la digitalizzazione e la

smart building con luci

Smart Building: 3 esempi nel mondo

Gli Smart Building sono edifici di nuova generazione in grado di garantire efficienza energetica, bassi impatti ambientali e il controllo automatizzato di strutture e impianti. Vediamo insieme in questo articolo cosa sono, i loro vantaggi, gli esempi più importanti nel mondo e la situazione degli edifici intelligenti in Italia. Smart Building: che cosa sono e come nascono? Un edificio può essere intelligente? È proprio questo il caso dello Smart Building. Un edificio intelligente è in grado di gestire l’energia in modo ottimale ed efficiente e soprattutto fornire a chi vi abita il miglior comfort possibile. Lo Smart Building rende i residenti più consapevoli dei loro consumi e del modo migliore per ridurli. Questo avviene non solo grazie alla presenza di sistemi energetici efficienti e sostenibili per l’ambiente ma anche grazie a sistemi informatici e sensori presenti nell’edificio che permettono di gestire in tempo reale i consumi e in particolare quanta energia deve essere utilizzata in base a determinate condizioni. Sembra fantascienza ma è realtà! Ma come nasce lo Smart Building? Pensate che le prime tecnologie legate all’efficienza energetica e al comfort degli edifici risalgono addirittura al XVII secolo con Cornelis Drebbel, un ingegnere e inventore olandese. Drebbel, con l’invenzione del termostato a mercurio, fu infatti uno dei primi promotori dello sviluppo dei sistemi di controllo, ovvero tecnologie in grado di regolare e gestire il comportamento di altri dispositivi nell’edificio. Negli anni 80 viene coniato per la prima volta il termine di “edificio intelligente” negli Stati Uniti grazie ai nuovi sistemi di controllo basati sull’informatica. In sostanza lo Smart Building può essere definito come un insieme di tecnologie che consentono a diversi sensori e funzioni all’interno di un edificio di comunicare e interagire tra loro e anche di essere gestiti, controllati e automatizzati in remoto. Nello smart building queste tecnologie aiutano a collegare una varietà di sottosistemi che originariamente operavano in modo indipendente, come sistemi di riscaldamento, di ventilazione e condizionamento e di illuminazione.  Ma in sostanza quali vantaggi ha lo Smart Building rispetto ai tradizionali metodi di progettazione edilizia? I principali vantaggi degli smart building Efficienza energetica e sostenibilità ambientale L’intelligenza di un edificio è basata principalmente sul concetto di efficienza energetica. La priorità a cui questi edifici rispondono è legata tuttavia non solo all’uso intelligente dell’energia ma anche alla possibilità di ridurre notevolmente l’impatto energetico degli immobili. Non dimentichiamo che edifici energivori hanno anche grandi generatori di emissioni. Per questo motivo, è diventato necessario trovare alternative più sostenibili soprattutto nel comparto edilizio. Questo si traduce non solo in una riduzione dei consumi abitativi ma anche nell’utilizzo di materiali e soluzioni che puntano all’efficienza energetica e nella gestione e sfruttamento di energia da fonti energetiche rinnovabili.  Questo è il caso ad esempio dell’utilizzo di sistemi di riscaldamento e raffreddamento a pompa di calore che, senza ricorrere alla combustione, sfruttano l’energia termica di fonti naturali come aria, acqua di falda o terreno per climatizzare in modo efficiente e sostenibile gli ambienti. Vantaggi economici Un edificio intelligente permette di risparmiare sui costi energetici grazie ad un uso accorto delle utenze che vengono gestite direttamente dai sistemi di controllo presenti nell’edificio. Ma gli Smart Building stimolano anche l’economia in generale, in particolare il settore delle costruzioni che genera circa il 9% del PIL Europeo. Le Pmi, ad esempio, beneficiano di un mercato delle ristrutturazioni in crescita con l’avvento degli edifici intelligenti: per questo la rigenerazione degli edifici potrebbe aumentare le potenzialità di business in modo considerevole. Si tratta di un’opportunità da cogliere soprattutto in Italia, dove ci sono oltre 14 milioni di edifici ormai pluridecennali, in attesa di una nuova vita. 3 esempi di Smart Building nel mondo Glumac La struttura che ospita la sede orientale della Glumac, un’azienda specializzata nella progettazione di edifici sostenibili, è stata la prima a vantare la certificazione verde più prestigiosa in Asia Orientale ed è la prima in Asia a conseguire la certificazione Net-Zero Energy, Water and Carbon.La caratteristica distintiva che rende Glumac un’eccellenza nel campo dello Smart Building è la qualità dell’aria. Infatti l’edificio è dotato di un sistema di monitoraggio dell’aria interna che trasmette i dati relativi ai livelli di ossigeno, di particolato e di umidità, direttamente ai cellulari dei dipendenti tramite un app. Inoltre grazie a numerosi sistemi di purificazione dell’aria e ad una parete che filtra l’inquinamento proveniente dall’ambiente esterno, la Glumac vanta la migliore qualità dell’aria di tutta Shanghai. The edge The Edge si trova ad Amsterdam ed è considerato uno dei migliori esempi di Smart Building al mondo. L’edificio, che ospita la sede olandese della Deloitte, è una splendida prova di edificio intelligente sia in termini di impatto ambientale sia per livello di connessione degli impianti. In questo edificio sono presenti oltre 30.000 sensori in grado di misurare l’occupazione delle sale e i loro livelli di illuminazione, umidità e temperatura. Una caratteristica distintiva del The Edge è la presenza di pannelli LED super efficienti perché richiedono un flusso di alimentazione così piccolo da essere alimentati dagli stessi cavi utilizzati per la connessione ad Internet. The Edge è caratterizzato inoltre da 6000 m2 di pannelli solari, situati sulle facciate e sul tetto dell’edificio, che contribuiscono a soddisfare il rifornimento elettrico della struttura. Il riscaldamento e il raffrescamento della struttura sono deputati a una pompa di calore geotermica, che mantengono le temperature interne quando la ventilazione passiva non è sufficiente. The Crystal Situato a Londra nella zona dei Royal Docks, The Crystal è considerato uno degli edifici più sostenibili al mondo. The Crystal è uno Smart Building elettrico al 100% e i pannelli solari installati sul tetto generano circa il 20% del suo fabbisogno energetico. I consumi di energia e le emissioni sono completamente monitorati da un sistema di gestione energetica che controlla tutti i sistemi elettrici e meccanici, come i sistemi di illuminazione e di climatizzazione. In termini di impatto ambientale, è un gioiello edilizio di eco-sostenibilità: si stima che le sue emissioni di CO2, rispetto ad edifici delle stesse dimensioni, siano inferiori di circa il 70%. The Crystal è dotato

copertina cop26

COP26: cos’è e gli obiettivi

La COP26 è stata la 26° edizione della Conferenza delle Parti dell’UNFCCC, acronimo di United Nations Framework Convention on Climate Change, cioè la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Questa Convenzione, nota anche come Accordi di Rio e informalmente conosciuta come Summit della Terra, nacque a Rio de Janeiro nel 1992 con l’obiettivo e l’impegno da parte di 197 paesi firmatari di ridurre le emissioni dei gas serra. Inizialmente la COP26 era prevista dal 9 al 20 novembre 2020 ma, a causa dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19, è stata rinviata dal 31 ottobre al 12 novembre 2021. In particolare i paesi ospitanti dell’evento, Italia e Regno Unito, sono stati colpiti pesantemente dalla pandemia per cui il SEC Centre di Glasgow, la sede della conferenza, era stato convertito in un ospedale COVID-19 nell’aprile del 2020. Perché proprio Glasgow come sede di questo importante evento? Non è stata una scelta casuale poiché Glasgow e la Scozia meridionale sono la zona a minore emissione di carbonio del Regno Unito, uno dei paesi ospitanti che ha presieduto l’evento in partnership con l’Italia. Infatti il 71% dell’elettricità di questa zona è fornita dall’energia nucleare, il 16 % dall’energia eolica e il 2% dall’energia solare. Alla conferenza hanno partecipato circa 25.000 delegati in rappresentanza dei 197 paesi che costituiscono l’UNFCCC, questa grande convenzione mondiale stipulata per ridurre le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera con l’obiettivo di “prevenire interferenze antropogeniche pericolose con il sistema climatico terrestre”. Ma quali sono stati gli obiettivi fissati in occasione della COP26? I 4 obiettivi fondamentali della COP26 Decarbonizzazione e zero emissioni Il primo obiettivo è incentrato sulla mitigazione, ovvero perseguire principalmente le indicazioni previste dall’Accordo di Parigi, una stipulazione firmata nel 2015 dai paesi membri dell’UNFCC riguardo alla riduzione dell’emissione dei gas serra a partire dal 2020. Infatti, secondo questo primo obiettivo, è necessario dimezzare le emissioni entro il 2030 e azzerare le emissioni nette di carbonio entro il 2050. Vuoi scoprire di più sul cambiamento climatico? Leggi l’articolo Cambiamento climatico: cause, conseguenze e 5 modi per contrastarlo Seguendo queste direttive, la COP26 punta a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C. Per questo motivo i Paesi che hanno sottoscritto il precedente Accordo di Parigi dovranno impegnarsi ad accelerare il processo di transizione dal carbone a forme di energia pulite e rinnovabili. Inoltre questa mitigazione ha l’obiettivo di proteggere e ripristinare la natura a beneficio del clima e delle persone, promuovendo ad esempio l’utilizzo di veicoli elettrici a zero emissioni e l’impiego di sistemi di generazione di energia che sono in grado di azzerare le emissioni di gas nocivi nelle abitazioni, come ad esempio i pannelli fotovoltaici e le pompe di calore per il riscaldamento degli edifici residenziali ed aziendali.  Adattamento In seguito al primo obiettivo, la COP26 mette in luce il fatto che il clima sta cambiando e continuerà a farlo provocando effetti devastanti. Tutto ciò purtroppo accadrà anche riducendo le emissioni e perciò, con il secondo obiettivo, la COP26 punta di lavorare in stretta collaborazione per far sì che i Paesi colpiti dai cambiamenti climatici riescano ad adattarsi a questo continuo mutamento. Il secondo importante obiettivo della conferenza si basa principalmente sulla protezione e il ripristino degli ecosistemi naturali e sulla costruzione di difese, infrastrutture ed agricolture più resilienti agli inevitabili cambiamenti climatici. Lo scopo di questo obiettivo è fondamentalmente contrastare la perdita delle abitazioni, dei mezzi di sussistenza e persino delle vite umane che costantemente sono messe in pericolo dalla crisi climatica. Finanza La COP26 precisa che per raggiungere questi primi due obiettivi, i Paesi più sviluppati e industrializzati devono impegnarsi e mantenere la loro promessa di stanziare almeno 100 miliardi di dollari in finanziamenti per il clima ogni anno. Il terzo obiettivo mette al centro il sistema e le istituzioni finanziarie internazionali, che devono fare la loro parte per contrastare la crisi climatica che stiamo vivendo. Lo scopo, secondo questo obiettivo, è fare in modo che ogni decisione finanziaria nel mondo contenga anche una motivazione ambientale. A questo proposito è necessario citare l’iniziativa GFan (che sta per Glasgow Financial Alliance for Net-Zero), un’alleanza che raccoglie 400 soggetti tra banche, assicuratori, fondi e fornitori di servizi in una rete che serva a rafforzare l’intervento climatico nel settore. Il GFan si impegna così a creare un collegamento tra gli investitori privati e il settore pubblico per quanto riguarda i finanziamenti necessari alla transizione ecologica e a tutti quegli interventi necessari per contrastare il riscaldamento globale. Collaborazione Il motto “l’unione fa la forza” può riassumere al meglio il quarto ed ultimo obiettivo della COP26. L’impegno dei Paesi partecipanti alla conferenza deve essere unito esclusivamente alla collaborazione di essi per poter affrontare al meglio tutte le sfide della crisi climatica. Per questo motivo la COP26 si pone come obiettivo quello di finalizzare in modo dettagliato il “Libro delle Regole” di Parigi, ovvero tutte le regole necessarie per rendere operativo al 100% il precedente Accordo di Parigi. L’obiettivo della collaborazione è volto principalmente a rafforzare ed accelerare tutte le attività sviluppate da governi, imprese e singoli cittadini per affrontare la crisi climatica. Ormai la COP26 è terminata da quasi un mese a questa parte. Quali sono le conclusioni a cui si è giunti attraverso questo importante evento? Il dopo COP26 – Il patto per il clima di Glasgow Al termine di questo appuntamento, la novità più rilevante è sicuramente che i paesi intervenuti si siano impegnati a mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 °C dai livelli pre-industriali. Infatti, con la COP26 di Glasgow, 1,5°C diventa l’obiettivo principale, a differenza del precedente Accordo di Parigi che poneva come obiettivo principale i 2°C e 1,5°C solo come obiettivo ottimale. Il Patto per il clima di Glasgow, ovvero il documento finale redatto dopo l’evento, fissa anche un altro importante traguardo: l’obiettivo minimo di decarbonizzazione per tutti gli stati firmatari. Questo si traduce concretamente in un impegno nel ridurre del 45% le emissioni di CO2 al 2030 e soprattutto azzerare le emissioni intorno al 2050. Il documento inoltre invita i paesi firmatari

ghiaccio che si scioglie

Raffrescamento estivo con pompa di calore ReTina

La pompa di calore per il raffrescamento rappresenta una soluzione efficiente e sostenibile, sebbene sia conosciuta più spesso per la sua funzione invernale. La pompa di calore reversibile permette la produzione di acqua calda sanitaria, riscalda e raffresca la nostra casa utilizzando energia naturale gratis e sfruttando lo stesso impianto utilizzato per il riscaldamento e per la produzione di acqua calda sanitaria. Ma come è possibile? Vediamo insieme come funziona e cos’è una pompa di calore reversibile, come ad esempio ReTina – il modello reversibile di Tina, la pompa di calore ad alta temperatura ed alta efficienza. Un’alternativa al condizionatore Con l’arrivo dell’estate si inizia a fare i conti con il caldo asfissiante, per cui l’unico rimedio è avere un sistema di climatizzazione efficiente. Ad oggi esistono molteplici soluzioni per rinfrescare casa con tecnologie che impiegano energie pulite e rinnovabili: con questo articolo possiamo farci un’idea sulle soluzioni alternative al condizionatore. Vuoi sapere di più sul raffrescamento di casa? Leggi l’articolo Aria condizionata: rinfrescare casa in modo efficiente Sapevi che il raffrescamento a pavimento con pompa di calore ci permette di avere sempre la temperatura ideale nella nostra casa e senza eccessivi consumi? Infatti tramite una pompa di calore il pavimento viene rinfrescato – così come viene riscaldato nei mesi freddi – grazie all’acqua di falda presente naturalmente nel terreno. Come il sole anche l’acqua di falda è una fonte naturale e rinnovabile di calore e di fresco. Come il fotovoltaico, anche le pompe di calore sono sostenibili perché utilizzano l’energia termica ricavata dall’acqua proveniente dal terreno. Il comfort garantito è quindi anche sostenibile. I sistemi di climatizzazione più innovativi sono anche quelli che garantiscono un maggior risparmio. La pompa di calore collegata ad un sistema di climatizzazione a pavimento, infatti, garantirà una casa fresca d’estate e, d’inverno, la stessa pompa di calore riscalderà la casa grazie al calore irradiato dal pavimento. In altre parole, un unico sistema che assicura la comodità di una casa calda d’inverno e fresca d’estate. Lo stesso impianto inoltre produce anche l’acqua calda utile per lavarsi e cucinare. Sai che non è la stessa acqua che circola nei sistemi di riscaldamento o raffrescamento? Ne abbiamo parlato in questo articolo se vuoi saperne di più. Cos’è l’acqua calda sanitaria? Scoprilo con l’articolo Acqua calda sanitaria: come produrla in modo sostenibile Ma come fa una pompa di calore a raffrescare? Raffrescamento con pompa di calore: come funziona? Non tutte le pompe di calore garantiscono il raffrescamento degli ambienti. Solo il modello reversibile è in grado di generare sia acqua calda che acqua fresca. In sostanza la pompa di calore reversibile è una centrale termica che integra in una unica soluzione la funzione di una caldaia e un gruppo frigo. In base al modello, il raffrescamento con pompa di calore può avvenire in 2 modi: Raffrescamento attivo: con questa funzione la pompa di calore raffresca attivamente la casa. Il normale funzionamento della pompa di calore viene semplicemente invertito per generare acqua fredda utile al raffrescamento. Ad esempio nelle pompe di calore aria-acqua, il circuito del refrigerante viene invertito affinché la pompa di calore lavori come un grosso frigorifero. In altre parole il calore, invece di essere assorbito dalla pompa di calore come avviene per riscaldare casa, viene trasferito dall’interno dell’abitazione verso l’esterno. Il raffreddamento attivo ha una maggiore capacità di raffreddamento e può essere utilizzato per tutti i tipi di pompe di calore: pompe di calore a terra, pompe di calore ad acqua e pompe di calore ad aria. Raffrescamento passivo: il raffrescamento passivo è tipico delle pompe di calore geotermiche e delle pompe di calore acqua-acqua: tutte le soluzioni installate nel terreno possono prevedere il raffrescamento passivo. Il raffrescamento può essere prodotto senza che la pompa di calore sia in completa funzione. Infatti le basse temperature della fonte di calore – l’acqua nel caso di pompe di calore acqua-acqua e il terreno profondo nel caso di pompe di calore geotermico – permettono il raffreddamento passivo degli ambienti.  In pratica l’acqua fredda viene spostata nel circuito di riscaldamento o raffreddamento tramite una pompa di circolazione. Lo scambiatore di calore viene installato direttamente nel circuito dell’acqua di falda o in quello geotermico.  Questo sistema trasmette la potenza frigorifera nell’ambiente, rinfrescando la casa tramite il circolo di aria fresca. Il vantaggio di questa soluzione è che ha un’alta efficienza e un basso consumo. Infatti consuma una minima parte di corrente dal momento che vengono attivate solo le pompe di circolazione dell’aria fresca senza utilizzare l’intero ciclo della pompa di calore. Quindi, come possiamo immaginare, l’utilizzo della pompa di calore in collegamento con un sistema di raffrescamento – o riscaldamento – a pavimento è solo una delle possibili declinazioni.  Infatti i principali sistemi per la distribuzione del freddo sono: I pannelli radianti, che rinfrescano la casa attraverso un meccanismo di raffrescamento statico. La temperatura viene abbassata grazie alla presenza di tubature di acqua refrigerata che raffrescano il pavimento, le pareti o il soffitto. I ventilconvettori, impiegati invece nel raffrescamento ventilato. Al contrario del raffrescamento statico, i ventilconvettori sono dotati di uno scambiatore di calore genera aria fresca. Infatti nello scambiatore circola l’acqua di raffrescamento proveniente dalla pompa di calore che raffredda l’aria calda prelevata dall’ambiente. Il risultato è aria fresca e pura.  Sono entrambe soluzioni che garantiscono la massima efficienza, anche se i ventilconvettori offrono tempi di risposta più brevi e sono più potenti rispetto ai pannelli radianti. ReTINA : la pompa di calore reversibile ReTINA è la versione reversibile di TINA, la pompa di calore ad alta temperatura e alta efficienza. La sua reversibilità permette di rinfrescare casa sfruttando lo stesso sistema utilizzato d’inverno per riscaldarla. Ma cosa significa reversibile? Il modello RETINA è in grado di invertire il ciclo di funzionamento, cioè da riscaldamento a raffrescamento, tramite una valvola di inversione. RETINA è disponibile per la climatizzazione di casa nella sua versione residenziale e nella versione professionale per i contesti lavorativi. Se hai intenzione di ristrutturare casa approfittando degli incentivi statali del Superbonus 110%, valuta questa alternativa per

bosco verticale di Milano

Architettura sostenibile: 5 esempi italiani

Cosa hanno in comune lo stadio della Juventus a Torino e il Bosco Verticale a Milano? All’apparenza nulla, ma in realtà sono entrambi ottimi esempi italiani di architettura sostenibile, un nuovo modo di concepire l’edilizia per un futuro più green. In questo articolo scopriamo insieme come e perché l’architettura sostenibile è così importante per l’ambiente e quali vantaggi comporta non solo per il pianeta ma anche per la nostra economia e per la nostra salute.  Architettura sostenibile: che cos’è? L’architettura sostenibile è un nuovo approccio culturale introdotto nell’ambito dell’architettura, che persegue come obiettivo sia la progettazione che la costruzione di edifici a basso impatto sull’ambiente. In altre parole piuttosto che un ramo dell’architettura tradizionale, l’architettura sostenibile è un nuovo modo di concepire l’edilizia, tendendo a ridurre al minimo l’impatto ambientale degli edifici sia nella scelta dei materiali in fase di progetto che nelle fasi di costruzione.  Ma quali sono i fattori che consentono di definire sostenibile un edificio? Efficienza energetica –  Gli edifici sostenibili sono dotati di impianti energetici ad alta efficienza che utilizzano fonti rinnovabili e dunque sono autonomi dal punto di vista energetico. Ad oggi un edificio può sfruttare molteplici tecnologie che possono garantire un minimo impatto ambientale senza rinunciare all’efficienza come ad esempio i pannelli solari per la produzione di elettricità o una pompa di calore per il riscaldamento e il raffrescamento degli ambienti. Vuoi scoprire di più sull’efficienza energetica? Leggi l’articolo Efficienza Energetica: cos’è e come migliorarla Materiali naturali, riciclati e riciclabili –  La scelta dei materiali da costruzione è un passo fondamentale per poter realizzare un edificio sostenibile dato che ogni materiale, con le sue caratteristiche, ha il suo impatto sull’ambiente. Proprio per questo motivo il legno è uno dei materiali preferibili nell’architettura ecosostenibile ma vengono impiegati tanti altri materiali in base alla loro natura e alle loro proprietà. Infatti oltre al legno vengono impiegati il sughero – considerato tra i migliori isolanti termici per l’edilizia – la paglia, che ha proprietà fonoassorbenti, e la canapa, che unita alla calce assicura isolamento termico e acustico e alta resistenza al fuoco. Altri materiali naturali impiegati nella realizzazione di un edificio sostenibile sono il gesso, il bambù, la fibra di juta, la lana di roccia, la fibra di cellulosa, l’argilla espansa e vernici di origine naturale. Impatto della struttura sull’ambiente –  La costruzione di un edificio non deve stravolgere o modificare l’ambiente in cui verrà realizzato, dunque ad esempio in fase di progettazione è opportuno considerare con estrema attenzione il sito di edificazione. Utilizzo dell’acqua – Progettare un edificio sostenibile significa anche salvaguardare le risorse idriche e sfruttare strategie efficienti di utilizzo dell’acqua attraverso sistemi di recupero. Infatti grazie ad un impianto di raccolta dell’acqua piovana, un edificio sostenibile può ridurre al minimo il suo fabbisogno energetico, compreso quello di acqua.  Gli edifici residenziali che possiedono questi criteri vengono chiamati case passive o passive house. Queste abitazioni sono realizzate con materiali completamente naturali e consentono di limitare al massimo o eliminare del tutto il consumo di energia. Ad esempio queste case sono spesso alimentate da impianti solari e sono costruite in legno, un materiale naturale che offre isolamento termico ed ha proprietà traspiranti.  L’architettura sostenibile: le origini L’architettura sostenibile ha origine nella bioedilizia, una tecnologia di costruzione tedesca degli anni Settanta del secolo scorso. Tra i fondatori della bioedilizia possiamo citare l’architetto tedesco Karl Ernts Lotz, considerato il pioniere dell’architettura sostenibile. Lotz sosteneva che la casa è come una “terza pelle”: deve essere in grado di proteggerci e di poter “respirare”, cioè deve avere la possibilità di continui scambi con l’ambiente esterno che la circonda. L’architettura sostenibile considera l’impatto dell’edilizia non solo sull’ambiente ma anche sull’economia. Infatti grazie all’architettura sostenibile possiamo assistere ad un fenomeno di economia edilizia circolare, perché è protagonista non solo nella fase di progettazione di costruzione di edifici, ma anche nella loro fase di dismissione.  È il caso dei cosiddetti “cantieri circolari”, dove attraverso il riciclo dei materiali di scarto, si recuperano e si dà nuovo valore alle materie prime ricavate dalla demolizione di vecchi edifici per la realizzazione di nuovi.  5 esempi di architettura sostenibile in Italia Allianz Stadium L’Allianz Stadium (o Juventus Stadium) a Torino è un esempio significativo di “cantiere circolare” e dunque di architettura sostenibile in Italia. Nato dalle ceneri del vecchio stadio “Delle Alpi”, lo stadio di proprietà della società calcistica Juventus F.C. è stato inaugurato nel 2011 dopo 2 anni di lavorazione ed è il primo stadio eco-compatibile del mondo. Infatti è stato realizzato grazie al recupero di 40mila metri cubi di calcestruzzo che sono stati selezionati, frantumati e riutilizzati come base del nuovo ambizioso progetto. Inoltre riducendo al minimo l’impiego di nuove materie prime, questo “cantiere circolare” ha permesso un risparmio economico di oltre 2 milioni di euro. La sostenibilità dell’edificio è testimoniata dalla presenza di sistemi energetici ad alta efficienza come teleriscaldamento e pompe di calore per la produzione di acqua refrigerata. Bosco Verticale Il Bosco Verticale a Milano è uno degli esempi di architettura sostenibile più famosi in Italia, e non solo. Si tratta di un complesso di due palazzi residenziali a torre rispettivamente di 26 e di 18 piani. Venne progettato dall’architetto Stefano Boeri ed è situato vicino alla stazione ferroviaria di Porta Garibaldi. Premiato nel 2014 come “grattacielo più bello e innovativo al mondo”, il Bosco Verticale prende questo nome perché i due palazzi accolgono sulle loro facciate una grande quantità di vegetazione che corrisponde all’estensione di due ettari di bosco. Si tratta di un sistema vegetale che comprende 711 alberi, 5.000 arbusti e 15.000 piante floreali perenni, distribuite sui balconi dei palazzi in modo irregolare. Le piante vengono irrigate grazie a un sistema centralizzato di pompe di calore e di sensori che filtrano l’acqua di falda, la stessa utilizzata anche per gli impianti di condizionamento. Il Bosco Verticale, grazie alla sua vegetazione, contribuisce alla creazione di uno speciale microclima al centro di una grande città come Milano, in grado principalmente di depurare l’aria assorbendo particelle di CO2 e polveri sottili. (Bosco verticale

stufa a pellet

Biomasse: energie davvero rinnovabili?

Le biomasse sono scarti agricoli prevalentemente legnosi utilizzati per il riscaldamento domestico. Spesso vengono utilizzate sotto forma di pellet per essere bruciate e produrre energia termica. Tuttavia l’annosa questione che riguarda le biomasse si concentra sui concetti di sostenibilità e rinnovabilità della fonte energetica. Molti infatti sostengono che questa fonte possa rappresentare una valida alternativa ai sistemi di riscaldamento fossili, maggiormente inquinanti. Altri invece sottolineano gli aspetti che rendono questa fonte poco sostenibile. Biomasse: quanto sono rinnovabili? Vengono definite rinnovabili quelle fonti energetiche che sono per loro natura inesauribili, oppure che hanno un’elevata capacità rigenerativa. L’utilizzo di queste fonti infatti non pregiudica la risorsa in sé, che ha la capacità di rinnovarsi o che ha a disposizione un bacino inesauribile. Da questo il concetto di sostenibilità associato alle energie rinnovabili: l’inesauribilità della fonte energetica ne assicura la sostenibilità. Sotto questo punto di vista le biomasse possono essere considerate delle energie rinnovabili, nei casi in cui si provveda alla riforestazione nella stessa misura in cui la risorsa viene prelevata. Molto spesso infatti si mettono in atto processi artificiali per piantare nuovi alberi man mano che quelli più vecchi vengono tagliati e lavorati. Dove viene rispettato un giusto bilanciamento tra risorse prelevate e processi di riforestazione, questa energia può considerarsi rinnovabile. La sostenibilità delle biomasse Trovandoci a parlare di una fonte energetica considerata rinnovabile, dovremmo dare per assodata la sua sostenibilità. Tuttavia questo aspetto è messo in dubbio da molti esperti quando si parla di biomasse. Dal punto di vista ambientale infatti, questa risorsa è molto meno inquinante rispetto ai combustibili fossili in quanto è naturale. La quantità di CO2 prodotta dalla combustione delle biomasse è fondamentalmente uguale a quella prelevata dalle piante stesse durante il loro ciclo di vita. Ciò farebbe pensare che le biomasse possano essere considerate delle energie sostenibili. Molti però non sono d’accordo: questa visione infatti ignora alcuni aspetti fondamentali. Ad esempio non tiene in considerazione fattori come la lavorazione industriale del legno e il trasporto, altamente inquinanti e poco sostenibili. Inoltre se, come accennato, molti processi di revitalizzazione della risorsa sono artificiali, si dovrebbe aggiungere al bilancio l’utilizzo estensivo di fertilizzanti chimici e fitofarmaci, oltre ovviamente alle macchine agricole utilizzate per i processi agricoli. Questo lascia pensare che, sebbene la fonte possa essere considerata rinnovabile, è scarsamente sostenibile, in quanto il bilancio tra la risorsa e l’inquinamento da questa prodotto pende in negativo. Biomasse e salute Da molte parti si valutano le biomasse come una valida alternativa al combustibile fossile. Eppure diversi studi hanno dimostrato il rischio per la salute legato all’utilizzo di questa risorsa. La combustione di tutti tipi infatti produce micropolveri dannose per l’apparato respiratorio. Le stufe a pellet infatti, sebbene siano economiche e generino una quantità minima di emissioni, producono moltissime polveri sottili. Si legge in un interessante Articolo del Sole 24 Ore quale mole di polveri sottili possano produrre le biomasse: Una sola stufa a pellet di qualità mediocre, con cattiva manutenzione, alimentata con combustibili non selezionati emette polveri fini come un centinaio di caldaie a metano ad alta efficienza. Sole 24 ore – Le dieci cose da sapere sull’inquinamento dell’aria Le polveri sottili prodotte dalla combustione del pellet sono particelle che riescono a oltrepassare le barriere respiratorie, danneggiando i polmoni. Secondo alcuni studi le polveri sottili sarebbero responsabili di oltre 60.000 morti premature in Italia.  Trovandosi spesso all’interno delle mura domestiche, le biomasse contribuiscono anche al fenomeno dell’inquinamento indoor. L’insalubrità degli edifici espone quindi le persone che li abitano a rischi ancora maggiori per la salute. Vuoi sapere di più sulle polveri sottili? Leggi l’articolo Polveri sottili: cosa sono e cosa le produce Decarbonizzazione e biomasse: le conclusioni dell’Enea Anche l’Enea si è pronunciata sulle biomasse, prevedendo misure di sostegno atte a individuare le circostanze meno dannose per la salute. L’ente ha quindi predisposto delle direttive che non incentivano l’utilizzo delle stufe a pellet, ma neanche che lo condannano. Di seguito le disposizioni fornite dall’ENEA: Politiche di sostegno condizionate all’uso delle tecnologie migliori e più efficienti possibile Standard emissivi sempre più rigorosi Richiesta di incentivi diretti volti a ricercare e innovare i sistemi di abbattimento del particolato più performanti Eventuali tasse ambientali basate su due aspetti: il danno alla salute e l’impatto sul clima Queste valutazioni da parte dell’Ente per le Nuove tecnologie, l’Energia e l’Ambiente, fanno riflettere, specie se contestualizzate nell’attuale panorama europeo. Le direttive europee sulla decarbonizzazione totale sono sempre più considerate e un approccio “carbon neutral” sempre più ricercato da tutti Paesi.Tali direttive entrano parzialmente in contrasto con la valutazione delle biomasse come alternativa valida per una transizione energetica verso il rinnovabile. In tale contesto infatti, andrebbe considerato non solo l’ambiente, ma anche gli effetti che l’inquinamento e il particolato possono avere sulla salute dell’uomo. Vuoi sapere di più sulla transizione energetica? Leggi il nostro articolo Green Deal: l’economia verde europea

green economy

Green Economy: crescere con l’ambiente

Si parla sempre più spesso di green economy: una sfida che unisce le persone al profitto economico e che si basa sulla sostenibilità per generare valore per le imprese e i consumatori. In un mondo sempre più attento alle tematiche ambientali a volte ci si dimentica che è anche l’economia a permettere alle persone di realizzarsi. Dall’altro canto, immersi come siamo nelle dinamiche veloci e repentine che caratterizzano il nostro lavoro e le nostre giornate in generale, spesso non riusciamo a seguire la nostra coscienza ecologica.  La Green Economy nasce a questo proposito: unisce cioè i valori della sostenibilità a un sistema che non rinnega i precetti economici. In altre parole si vuole dimostrare che è possibile fare economia e generare valore e profitti anche con un’occhio all’ambiente e alla società. L’economia del benessere Il concetto di benessere è strettamente collegato a quello ambientale. La cura per l’ambiente infatti implica il rispetto non solamente della terra, ma anche di tutti i suoi abitanti. Abbiamo ormai compreso come un’economia degenerativa, basata sullo sfruttamento incondizionato delle risorse, può essere dannosa anche per l’uomo. La degradazione degli ecosistemi, i cambiamenti climatici e gli eventi disastrosi connessi a uno stile di vita improntato su un’economia poco responsabile si ripercuotono sull’uomo e diventano un costo insostenibile per l’umanità.  Questo è il punto di connessione che si genera tra l’economia e l’ecologia: scelte sostenibili possono portare un profitto sostenibile. Nell’altro senso invece, le scelte spregiudicate di alcuni gravano sulle spalle di tutti. La Green Economy si inserisce in un periodo storico particolare, in cui questi sentimenti cominciano a essere reali, e prende la forma di una sfida a cui tutti possono partecipare. Green Economy: i pilastri Un approccio verde all’economia vede dei presupposti che sono legati a tematiche ben precise. L’energia gioca un ruolo fondamentale in questo campo, in quanto siamo in un periodo di forte cambiamento: la transizione verso le energie rinnovabili e sostenibili avanza in maniera costante e decisa. La mobilità, allo stesso modo, produce inquinamento e polveri sottili: proprio per questi sono molti i progetti che l’Unione Europea e l’Italia stanno avanzando per rendere gli spostamenti meno dannosi per l’ambiente. Ma anche l’edilizia, sia nei termini energetici di cui abbiamo parlato, ma anche in termini di inquinamento entra a pieno diritto nel tema della green economy. D’altronde la maggior parte del particolato oggi prodotto nelle grandi aree urbane proviene dagli edifici. Allo stesso modo l’industria, sia per la produzione che per i trasporti si dovrà confrontare in misura sempre maggiore con una economia più sostenibile. Ebbene tutti gli aspetti di cui abbiamo parlato sono in grado di generare un profitto da un lato e di garantire un prodotto o un servizio dall’altro. La Green Economy si pone quindi proprio in questo contesto in cui ci sono servizi ricercati, ma ci sono anche diverse modalità per lavorare al meglio. Infatti i pilastri della green economy affondano le proprie radici nei processi lavorativi delle aziende ma anche nelle abitudini di consumo della società. I punti cardine della green economy guardano quindi alle abitudini quotidiane ma anche ai processi più strutturati e si possono sintetizzare in 4 punti. Risparmio energetico. Risparmiare energia significa ridurre il proprio impatto sull’ambiente senza sacrificare i benefici che derivano dall’energia stessa. Molte volte infatti, è sufficiente migliorare l’efficienza del sistema di generazione per diminuire sostanzialmente l’impatto ambientale. Processi aziendali. Molti processi aziendali hanno un impatto diretto sull’ambiente in quanto producono scarti, imballaggi ed emissioni. Basti pensare alle spese di trasporto oppure ai tipi di packaging che vengono utilizzati. Molte aziende hanno deciso di rivedere questi processi proprio al fine di diminuire l’impatto sull’ambiente, ottenendo anche un riscontro sia in termini di reputazione che di risparmio economico. Rifiuti e riciclo. Se si pensa alla mole di scarti che vengono prodotti in azienda si può avere un’idea del possibile impatto che questi possono avere sull’ambiente. Decidere quindi di adottare un imballaggio riciclabile, ridurre lo stoccaggio o rendere sostenibili i materiali dei nostri prodotti può fare la differenza. Ridurre le emissioni. In questo caso le emissioni possono essere generate sia in fase di produzione che in fase di trasporto. Anche l’energia stessa utilizzata dall’azienda però produce emissioni. Le aziende che hanno inserito questi punti nel bilancio sociale ne hanno beneficiato anche in termini di reputazione e apprezzamento da parte dei consumatori. Queste indicazioni sono ovviamente valide anche per tutti noi, non solo per le aziende, per cercare di ridurre l’impatto delle nostre scelte sul pianeta. Crescita e sviluppo: tra qualità e quantità Quando si parla di green economy si deve fare questa distinzione alla base: crescita contro sviluppo. Se per le persone i due termini possono avere un significato equivalente per le imprese non è così. Quando si parla di crescita infatti si fa riferimento a un dato quantitativo. L’azienda che cresce, in pratica, è quella che riesce ad aumentare i propri profitti nel corso del tempo. Il termine sviluppo invece ha un senso più ampio e attribuisce valore anche ai processi qualitativi e non richiede un consumo totale e degradante di tutte le risorse.  In altre parole, l’azienda focalizzata alla crescita mira a massimizzare i guadagni aumentando la quantità di risorse utilizzate, mentre l’azienda focalizzata sullo sviluppo ha come obiettivo quello di generare profitto a partire dalla qualità dei processi. Oggi è quindi essenziale iniziare a guardare l’ambiente come un protagonista attivo della nostra economia e non solo come un bacino di risorse da cui prelevare a seconda dei bisogni. Da quì la dicitura di “sviluppo sostenibile”, una crescita economica che preserva le risorse alla base della produzione per essere sopportabile nel tempo. Vuoi leggere di più sul tema dello sviluppo sostenibile? Leggi l’articolo Sviluppo sostenibile: il patrimonio delle generazioni future La ripartenza green  Ciò che ci permette di capire l’importanza che oggi riveste la Green Economy sono gli investimenti che vengono stanziati dalla Comunità Europea per progetti di questo tipo. Basti pensare che una cospicua parte del nuovo Recovery Fund è dedicata a programmi green. Il ministro Costa, nell’intervista del Sole

qualità dell'aria

Decarbonizzazione: la transizione energetica europea

Si parla di decarbonizzazione per intendere un processo in cui si riduce il rapporto tra il carbonio e l’idrogeno. Nelle fonti energetiche che utilizziamo quotidianamente vi sono elementi chimici che reagiscono in maniera diversa. È infatti storicamente riconosciuto come il carbonio possa essere nocivo per l’inquinamento dell’aria. Questo elemento infatti, se bruciato, è in grado di legarsi alle particelle di ossigeno presenti nell’aria, generando CO2, ovvero anidride carbonica.  L’anidride carbonica, prodotta naturalmente da molti organismi, se generata in eccesso e artificiosamente può saturare la capacità di conversione delle piante, inquinando l’aria. Gli alberi, che utilizzano la fotosintesi clorofilliana per convertire la CO2 in ossigeno, non riescono ad assorbire tutta l’anidride prodotta, che rimane nell’aria e danneggia la nostra salute. Si parla dunque di decarbonizzazione proprio a intendere un processo che mira a diminuire la presenza di carbonio nell’aria, riducendo le emissioni di CO2. Decarbonizzazione e combustibili fossili Principali responsabili della produzione in eccesso di CO2 sono i combustibili fossili. Questi elementi, ricchi di carbonio, se vengono bruciati, liberano nell’aria l’anidride carbonica, saturando la capacità di sintesi di alberi e piante.  Non tutti i combustibili fossili hanno però la stessa quantità di carbonio. La legna il materiale con il più alto contenuto di carbonio: per ogni atomo di idrogeno ce ne sono 10 di carbonio. Il petrolio invece ha un rapporto carbonio-idrogeno pari a 1:2, ciò significa che per ogni atomo di carbonio, ce ne sono 2 di idrogeno. Il combustibile migliore in termini di presenza di carbonio è il gas naturale, che ha un rapporto 1:4, confermandosi come il più “pulito” tra i combustibili fossili.  Ciò ha dato a pensare a molti che la decarbonizzazione del paese, ovvero la diminuzione delle emissioni di carbonio nocive attraverso l’utilizzo di fonti con un minore rapporto di carbonio, potesse passare dal gas. Ciò è auspicabile solamente in parte. Se è vero da una parte che il gas naturale è il combustibile più pulito, dall’altra vi sono una serie di controindicazioni che non possono essere tralasciate. La combustione di gas produce comunque CO2 La maggiore diffusione del gas naturale causa l’aumento dei costi di importazione, che ricadono sulle famiglie italiane Ci sono energie rinnovabili che possono sostituire il gas producendo energia a emissioni zero. In altre parole siamo convinti che un processo di miglioramento dello stato globale dell’aria non possa passare da una risorsa che “inquina meno”, specie quando sono disponibili soluzioni a impatto ambientale zero che favorirebbero una decarbonizzazione completa. Dall’accordo di Parigi all’Agenda 2030 L’accordo di Parigi ha segnato un punto di svolta, almeno teorico, per l’ambiente e per i cambiamenti climatici, puntando a limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°. Per fare questo è fondamentale considerare il ruolo dell’energia e dei combustibili fossili. L’anidride carbonica è infatti considerata uno dei principali gas serra che, rimanendo nell’atmosfera, contribuisce all’aumento della temperatura terrestre. Proprio per questo la decarbonizzazione è stata portata sul tavolo dell’accordo di Parigi, che mira all’obiettivo di ridurre le quantità di CO2 liberate in atmosfera almeno del 40% rispetto al 1990. Ciò ha forse lasciato intendere che basti semplicemente scegliere il meno inquinante tra i combustibili fossili. Purtroppo non è così: continuare a utilizzare combustibili fossili per il fabbisogno energetico del Paese significa semplicemente spostare temporaneamente il problema per affrontarlo nuovamente in seguito, senza avere un quadro chiaro di cosa possa accadere nel frattempo. Le direttive dell’Unione Europea, che mirano al raggiungimento agli importanti obiettivi sanciti dall’Agenda 2030, possono essere raggiunti in maniera stabile e sostenibile solamente attraverso un cambio di paradigma che vede l’utilizzo delle fonti rinnovabili in maniera estensiva e continuativa per sostituire le vecchie risorse inquinanti. Vuoi sapere di più sul cambiamento climatico? Leggi l’articolo Cambiamento climatico: cause, conseguenze e 5 modi per contrastarlo Carbon Footprint: un’impronta indelebile Proprio al fine di sensibilizzare aziende e persone sul tema di una sempre più necessaria decarbonizzazione è stata creata la Carbon Footprint, l’impronta di carbone. Questo indice intende misurare la quantità di CO2 prodotte per produrre un prodotto, o nella vita di una persona o azienda, oppure ancora in un determinato arco di tempo. In altre parole la carbon footprint vuole calcolare l’impronta che quel dato prodotto o quella data persona lascia sul pianeta, un’impronta tutt’altro che sostenibile spesso.  Se pensi che 1 kg di yogurt può produrre fino a 1,1 kg di emissioni di CO2 e 1 kg di carne bovine ne può generare fino a 26 kg! Se si pensa a tutti i processi messi in atto nella fase di allevamento e quindi a tutta la filiera produttiva che segue, il trattamento, il confezionamento e il trasporto, possiamo capire come i prodotti che utilizziamo tutti i giorni possano lasciare un’impronta significativa sul pianeta. Decarbonizzazione al 100% in Italia entro il 2050: un obiettivo possibile? Come già accennato, l’Unione Europea ha fissato come obiettivo primario, un’Europa a zero emissioni entro il 2050. Ciò implica una decarbonizzazione pressoché totale delle energie in primis ma anche dell’economia. Per molti sembra un obiettivo irraggiungibile, dal momento che un processo così importante necessita di interventi massicci e investimenti di lungo periodo. Legambiente non la pensa così e risponde con una roadmap che definisce le azioni da intraprendere per raggiungere l’obiettivo entro il 2040. Secondo Legambiente è possibile raggiungere la completa decarbonizzazione del Paese attraverso 8 leve: Semplificazione delle autorizzazioni da parte delle regioni per l’installazione di fotovoltaico ed eolico. Utility scale e comunità energetiche. Aumentando la presenza di grandi impianti pubblici (utility scale) e privati (comunità energetiche) è possibile creare un meccanismo virtuoso dove più sistemi collaborano per il raggiungimento dell’obiettivo Sistemi di accumulo e segnali di prezzo. Secondo Legambiente i sistemi di accumulo possono favorire una stabilità dei prezzi delle rinnovabili. Inoltre la prevedibilità dei prezzi a lungo termine potrebbe permettere una previsione più accurata e permettere di raggiungere gli obiettivi in maniera più efficace. Efficienza energetica: l’efficienza energetica e le politiche volte a migliorarla a livello collettivo rappresentano una forte leva per la transizione energetica sia per i privati che per le aziende. Elettrificazione delle città: mobilità e riscaldamento.

green deal europeo

Green Deal: l’economia verde europea

Con Green New Deal (dall’inglese “nuovo corso verde” o “nuovo patto verde”) si intendono i provvedimenti economici, sociali ed energetici che l’Europa sta promuovendo per attivare una vera green economy. In quest’articolo parliamo di tutti gli aspetti interessati da questa nuova politica in fase di attuazione. Dal New Deal americano al Green Deal europeo Il nuovo Green Deal che l’Europa sta promuovendo attivamente prende spunto dal New Deal americano di Roosevelt. Il celebre piano di provvedimenti attuato dal presidente USA nel corso degli anni Trenta prevedeva misure economiche e sociali per far fronte alla grande depressione che aveva investito gli Stati Uniti a partire dal 1929. Oggi le esigenze sono ben diverse, ma la criticità della situazione di partenza è a livelli simili. La necessità di generare un nuovo corso che permetta all’economia di ripartire si fa sempre più impellente per diversi fattori. La crisi sanitaria mondiale, le sue conseguenze economiche e l’esigenza di una svolta di tipo ambientale sono fattori che sembrano guidare le iniziative di Bruxelles. Cos’è il Green Deal Figura centrale di questo “nuovo patto verde” è Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea. La presidente ha infatti progettato il Green Deal europeo per favorire una transizione equa e giusta verso un’economia più rispettosa dell’ambiente.  In sostanza il piano prevede una ingente mole di investimenti volti a favorire il raggiungimento degli obiettivi stabiliti nell’accordo di Parigi del 2015. Questo accordo prevede di contenere l’aumento della temperatura globale per salvaguardare la specie umana e la biodiversità. In quest’ottica trova grande importanza il fattore energetico, attualmente responsabile del 75% delle emissioni inquinanti. Con il Green Deal l’Europa si prefigge pertanto di essere il primo continente ad emissioni zero entro il 2050. Per far questo è necessario attivare investimenti di lungo periodo, che permettano agli Stati di sostenere le economie in una transizione energetica oramai necessaria. Vuoi sapere di più sul riscaldamento globale? Leggi il nostro articolo Cambiamento climatico: cause, conseguenze e 5 modi per contrastarlo Cosa prevede il Green Deal Per raggiungere gli sfidanti obiettivi del progetto di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 verranno stanziati 7.500 milioni di Euro. A questo fondo, chiamato JTF (Just Transition Fund), accederanno i Paesi europei in misura diversificata sulla base delle esigenze di sviluppo. In altre parole i fondi verranno conferiti in misura maggiore ai Paesi che hanno necessità di una “spinta” maggiore per effettuare la transizione. Secondo la stima di allocazione del Sole 24 Ore il maggiore beneficiario sarà la Polonia, che si aggiudicherà 2.000 milioni di euro. A seguire troviamo la Germania (877) e la Romania (757). Anche l’Italia sarà una delle principali beneficiarie del fondo: al nostro Paese verranno destinati 364 milioni di euro. I fondi del JTF verranno destinati a specifici progetti di riconversione ambientale. Questi progetti mireranno cioè alla conversione dei siti inquinanti in soggetti a impatto zero senza alterarne le capacità di servizio ed economiche. In pratica sarà possibile utilizzare i fondi per consentire a edifici, mobilità e attività industriali di azzerare l’impatto ambientale. La Green Economy Come abbiamo accennato l’ambizioso progetto dell’UE punta a intervenire su settori precisi per operare una transizione nel modo più efficiente possibile. In questo senso gli investimenti promossi avranno una finalità non esclusivamente ambientale. Il Green Deal, infatti, vuole ribaltare la concezione secondo cui la tutela dell’ambiente avviene sempre a scapito degli interessi economici. In questo senso, il raggiungimento degli obiettivi posti dalla Commissione Europea implica un impegno che mette l’economia al primo posto. In questo senso la transizione include quella green economy di cui da tempo si parla: un esempio virtuoso di applicazione della sostenibilità ambientale all’economia. Il profitto economico infatti deve fare sempre più spesso i conti con l’assunzione da parte delle aziende di una responsabilità verso la società e verso l’ambiente. D’altro canto quando le aziende decidono di investire in sostenibilità vedono spesso un ritorno diretto in termini di immagine e reputazione. Green Deal in Italia I settori trainanti dell’accordo verde sono dunque tre: Mobilità Energia Edilizia Su questi cardini avverranno i maggiori investimenti in quanto da questi settori si attende un mutamento sostanziale del paradigma come oggi lo conosciamo.  Per quanto riguarda la mobilità molto si sta già facendo incentivando l’acquisto di autovetture ibride ed elettriche, favorendo gli spostamenti con mezzi alternativi e promuovendo la sharing economy.  Per quanto riguarda l’energia – un punto cardine della transizione – si punta a investire sulle energie rinnovabili, pulite ed efficienti. Un occhio di riguardo infatti è stato dato anche all’efficienza, che diventa un parametro fondamentale nel tema delle emissioni. L’alta efficienza energetica è sintomo infatti di minori sprechi ed emissioni. Al tema dell’efficienza si collega quello dell’edilizia: le costruzioni private sono infatti ancora scarsamente efficienti e generalmente datate. Sono proprio gli edifici infatti a generare la maggior parte delle emissioni, sia per la scarsa efficienza dei sistemi di riscaldamento utilizzati, sia per le fonti energetiche utilizzate (principalmente combustibili fossili). Infatti l’efficienza da sola non basta: una vera conversione ecologica prevede l’utilizzo di energie rinnovabili, pulite e sostenibili a zero emissioni. Ad oggi vengono ancora utilizzati i combustibili fossili per molti processi industriali, ma anche per il riscaldamento domestico. Queste fonti energetiche sono inquinanti e poco efficienti e verranno man mano sostituite da fonti pulite come il sole, l’aria, l’acqua e la terra. Ti piacerebbe scoprire come funziona una pompa di calore? leggi il nostro articolo Pompa di calore: cos’è e come funziona Gli effetti attesi Il Green Deal, proprio come il New Deal di Roosevelt, non è una misura esclusivamente ambientale. Si posiziona infatti in un contesto più ampio, di ripartenza economica e di miglioramento sociale. Secondo alcune previsioni fatte da Italian Climate Network, la lotta al cambiamento climatico può portare anche lavoro e ricchezza. Con particolare riferimento all’economia italiana la stabilità del lavoro potrebbe aumentare del 2,5-3% concentrato nei settori trainanti, grazie agli sforzi attuati per arrivare a una completa transizione energetica. Allo stesso modo, verrebbero creati nuovi posti di lavoro per un totale di 100 milioni di ore di lavoro aggiuntive che

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